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La solitudine del pianista


Alcuni pianisti sono diventati delle leggende non solo per la loro abilità tecnica, ma anche per l'approccio eccentrico alle performance in pubblico. 
Sulla rivista International Piano (Settembre / Ottobre 2011) vi è a tal proposito un articolo molto interessante di Stephen Wigler

L'autore innanzitutto cita alcune stravaganze più o meno confermate di alcuni famosissimi virtuosi. Arturo Benedetti Michelangeli ad esempio cancellò più della metà delle sue previste apparizioni nei 25 anni prima della sua morte nel 1995; le apparizioni di Martha Argerich come solista durano ormai dal 1979 non più di 45 minuti; si dice che Krystian Zimerman pretese di usare due diversi pianoforti per la registrazione del primo concerto di Rachmaninov, sostenendo che il compositore stesso avesse usato diversi strumenti durante la composizione dei diversi movimenti. Molto note sono anche alcune bizzarrie da parte di Glenn Gould, Vladimir Horowitz e molti altri, e ovviamente quanto meno questi musicisti si fanno vedere in pubblico tanto più si alimenta il mito che gira intorno a loro.

Come mai - si chiede l'autore - tutti questi artisti sono così "tirchi" con il pubblico che pure li adora? Come mai ad esempio Zimerman e Lupu hanno ridotto i loro concerti a circa 40 per anno? Come mai Argerich suona soprattutto musica da camera, raramente con un'orchestra e ancora meno come solista? Come mai Michelangeli non solo cancellò così tante apparizioni ma fini per ripetere anche gli stessi 4-5 programmi per circa 40 anni? Come mai Gould abbandonò il palcoscenico a soli 31 anni e dedicò i successivi 18 anni esclusivamente alle performance in studio? Ma soprattutto - e questa è la domanda più intrigante - come mai tutti questi musicisti sono dei pianisti?

Ecco alcune ipotesi. Innanzitutto i pianisti trascorrono da soli più tempo degli altri musicisti. I grandi pianisti sono dei campioni di solitudine. Il motivo risiede nel fatto che un pianista si esercita da solo molto più tempo degli altri musicisti. I cantanti devono badare a conservare la voce, chi suona strumenti ad arco da un lato non necessariamente deve suonare a memoria (come è preteso da un pianista), e può tenere lo spartito sul leggio; dall'altro si esercita molto spesso anche con un partner. Il risultato è che il pianista vive con il terrore di avere un vuoto di memoria ed è costretto ad esercitarsi da solo per ore e ore. Esiste addirittura una interpretazione contraria ma che giunge alle stesse conclusioni: ovvero che una predisposizione alla solitudine induca giovanissimi (e non) ad avvicinarsi al pianoforte piuttosto che ad un altro strumento. 

Segue a questo punto una citazione dello psichiatra Dr. Peter F. Ostwald (anche violinista di talento e autore delle biografie di Schumann e Gould) il quale sostiene che: "il pianoforte crea delle pretese che sono fuori dall'ordinario...non è uno strumento come gli altri, perché non ha bisogno di altri strumenti e la pressione a cui è sottoposta la memoria è inumana. Mentre altri strumenti costringono i musicisti a socializzare - perché devi suonare con qualcun altro - il pianista non deve né socializzare né essere sulla stessa lunghezza d'onda degli altri musicisti. In questo caso allora un piccola tendenza all'eccentricità non può fare altro che espandersi."

La bellissima conclusione dell'autore è che "tutti questi pianisti anche nelle limitate occasioni in cui sono apparsi in pubblico hanno dato sempre il massimo. Di questo dobbiamo essere loro grati. Tutti gli appassionati di pianoforte sanno che l'arte solitaria del virtuoso - come la stessa arte di ascoltare - diventano molto facilmente dei vizi da gestire in solitudine".  


La solitudine del pianista Reviewed by Gaetano Scalfidi on Wednesday, October 24, 2012 Rating: 5

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